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Sturzo e la Sicilia

Sturzo e la Sicilia, un volume unico per far comprendere che per colmare il profondo divario tra Nord e Sud è necessario porre il Mezzogiorno nelle condizioni di diventare il grande protagonista di una politica mediterranea e far crescere nei meridionali la convinzione che la redenzione comincia da noi, senza attendere che lo sviluppo del Sud possa venire solo dall'esterno.

Il libro, edizione Pegaso Caltagirone, con prefazione di Chiaramonte, La Tora, Palladino, introduzione e testo a cura di Franco D'Urbino, verrà ceduto gratuitamente a coloro che desiderano approfondire le varie tematiche che affliggono ancora oggi la Sicilia.
Rivolgersi a CO.FIN.AS – Via Giovanni Burgio, 41, Caltagirone. Ore ufficio.

 

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SETTEMBRE 2019 ANNO XXIII

L'impegno della persona nella vita politica consiste nella capacità di formulare una risposta politica alle necessità dei cittadini,  e di contribuire a fornire un assetto organico e funzionale a tali bisogni, che cambiano frequentemente in quanto mutevoli sono le esigenze storico-sociali e  le condizioni economiche e politiche.Chi, dunque, è legittimato a recepire tali richieste è il rappresentante politico del territorio, che partendo da una visione ideale, il sogno, perimetra in tale prospettiva le risposte necessarie per contribuire alla risoluzione dei problemi e ad alleviare i bisogni collettivi.

Il panorama delle persone politiche risulta abbastanza ampio: politici incapaci di leggere e comprendere le istanze del territorio; politici impegnati a soddisfare le richieste di settori ristretti; politici che con molta fatica tentano di ascoltare e comprendere le reali necessità, onde confrontarsi o mediare per conseguire quanti più risultati positivi a beneficio della collettività. Ritengo che il politico vero (concetto che include sia la persona, ovvero la comunità, il gruppo o il partito o il movimento), per quanta pazienza e impegno ciò comporti, non fugge e non evita mai il confronto col territorio. Infatti, la mancanza di capacità nel leggere o nel non sentire le invocazioni del tessuto sociale, induce l’elettorato a porsi domande generalizzate: “come fanno i politici  a non capire?”, oppure “possibile che i politici sono dei venduti ?” E’ uno spaccato di realtà che alimenta l’immaginario collettivo di tante persone, deluse da quei rappresentanti del territorio che evitano di  mettersi dentro i sentimenti profondi che caratterizzano il disagio vissuto dai cittadini. Sia chiaro: anche questa può essere una scelta,  ma non può essere il mestiere di chi si candida a governare il territorio. La politica ha necessità di un polo a due face: concreta, per fornire risposte; ideale per sognare orizzonti più lontani. Dunque, le direttrici che caratterizzano il “fare politico” sono: l’amministrare, cioè dare risposte immediate alle necessita e ai bisogni della collettività; il governare, cioè contribuire a (ri)disegnare e (ri)definire una migliore nuova prospettiva d’interesse collettivo. A me pare che oggi, nel panorama del “fare politica”, assistiamo all’allargamento del perimetro della crisi di rappresentatività, che colpisce non solo i nostri rappresentanti eletti (caratterizzati da diffuse impreparazioni per carenza di capacità del sapere), ma anche i corpi intermedi della società civile, cioè le associazioni ( anche di categoria), i sindacati e i partiti, tutti accomunati dalla mancanza di voce o parlare a voce bassa e flebile, ivi includendo il manifesto disimpegno o l’allontanamento dalla politica da parte dei cattolici. Il rischio che sta correndo la comunità cattolica è quello di smarrire il senso di testimonianza della presenza, che nasce dal timore di immergersi nelle inevitabili contrapposizioni delle opzioni politiche. La silente condizione di minorità, che si traduce in un fiore senza acqua, oltre a risultare sempre più restia alla testimonianza, veicola un’immagine di persona cattolica afona e incapace di farsi sentire nelle sedi decisionali, seppur anche anche locali. Emerge una figura di persona cattolica   afflitta da comportamento soporifero, che la trasforma in mero elettore passivo, la cui conseguenza è subire scelte politiche carenti di condivisibilità nel comune pensiero.  A me pare, invero, che la persona cattolica, a difesa della propria identità e valori cristiani, ha il dovere di manifestare più coraggio e consapevolezza dei propri mezzi, uscendo dallo stato di limitata espressione in cui si è relegata. In taluni circostanze appare doveroso essere equidistanti, ma l’equidistanza non può, e non dovrebbe mai, significare abiurare alle scelte. Occorre riappropriarsi del coraggio per (ri)affermare la propria identità politica, visione amministrativa e governo del territorio, confrontandosi per collocarsi su una linea ideale che parte dai bisogni del territorio per arrivare alle Istituzioni, legittimando e rivendicando il ruolo e la funzione del “fare politica”.  A me pare che il mancato impegno costituisca una grave assenza nella dialettica politica di amministrazione dei territori, nequizia che apre le porte al sopraffare dell’egoismo e alla soddisfazione individuale: “io, prima di tutto”, “ io ho la risposta ai tuoi problemi”! E’ una condizione che non ci aiuta a fornire risposta al principale interrogativo:  “ e gli altri?” Qual’è il risultato dell’equidistanza? Una politica esile, incapace di prospettiva e legata all’immediato ovvio, che carezza l’elettore con promesse disattese e misure politiche che possono essere disastrose. Una politica di apparenza, dietro la quale si celano burattinai pericolosi per la democrazia.

                                                           SALVATORE CANNIZZO

 

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