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Rivolgersi a CO.FIN.AS – Via Giovanni Burgio, 41, Caltagirone. Ore ufficio.

 

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L’iniziativa economica nella Costituzione

COSTITUZIONE imagesIl titolo III della parte I della Costituzione italiana si occupa dei "Rapporti economici" (artt. 35 – 47). Si va dal lavoro alle iniziative economiche, dalla proprietà alla cooperazione, all'artigianato, al risparmio.
L'art. 41, in particolare, riguarda la libertà dell'iniziativa economica.


Questa norma ha come fondamento due principi che sembrano trovarsi in opposizione fra loro: quello della libertà del singolo nel campo economico e quello dei limiti a questa libertà imposti dalla solidarietà e dalla utilità sociale. Sono limiti, però, che non mortificano la libera attività dei privati, ma ne esaltano la rilevanza sociale, perché sono posti a tutela dei valori fondamentali fatti propri dalla Costituzione: la libertà, la dignità e la sicurezza degli individui; il bene comune; e la solidarietà, che è l'asse portante della prima parte della Costituzione.
Ecco il testo dell'art. 41: "L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali."
La norma – soprattutto il terzo comma – non gode del consenso dei liberisti, di coloro cioè che tengono rivolto lo sguardo verso chi esercita attività e poteri economici, dimenticando che essa svolge un'importante funzione a tutela del bene comune. Essi, ritenendo illiberale il secondo comma, vorrebbero modificarlo, insistendo sulla libertà dell'attività economica e introducendo quale limite uno specifico divieto di legge, e non un generico contrasto con l'utilità sociale o un altrettanto generico pericolo di danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. In altri termini, tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge dovrebbe essere consentito; inoltre - sostengono - l'ingerenza della legge per indirizzare e coordinare l'attività economica privata con programmi e controlli (terzo comma) dovrebbe essere esclusa, essendo compito del legislatore soltanto quello di individuare le attività dannose e di vietarle, oltre che quello di impedire la formazione di monopoli (sia privati che pubblici) e di favorire la libera concorrenza.
A parere di chi scrive è giusto che sia affidato al legislatore, come fa l'art. 41, il compito di farsi carico dei "fini sociali" con norme che, in modo sapiente e non invasivo, programmino, indirizzino, controllino e coordinino le attività economiche, sia pubbliche che private, conciliando i predetti fini con l'indispensabile fine di lucro delle imprese.
Con il costituzionalismo moderno, e in particolare con la nostra Costituzione, è stata superata la tradizionale teoria liberale secondo cui lo Stato deve svolgere solo funzioni di ordine. Esso ha assunto la figura dello "Stato sociale" a causa della influenza delle "radici cristiane", indubbiamente presenti in Europa e, seppure senza esplicito riconoscimento, nelle varie culture laiche e socialiste.
I vari strumenti utilizzati (piani, programmazioni, tutela della concorrenza, divieti di monopolio) hanno dunque lo scopo di fornire alla imprese una sorta di codice deontologico che tenga conto, nello svolgimento delle attività imprenditoriali, del principio di solidarietà.
Il legislatore ordinario trova nell'art. 41 gli strumenti per agire in favore del bene comune, mentre i cittadini e le imprese, ove tale azione fosse invasiva della libertà oltre il limite della tutela dello stesso o, al contrario, fosse tollerante verso gli abusi, potrebbero sempre contare sull'intervento della Corte costituzionale, attuato secondo le procedure e gli strumenti giuridici esistenti nel nostro ordinamento.


Antonio Corbino

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